Mi prese quella paura particolare che si prova quando si crede di sprofondare in un abisso incolmabile, di essere inghiottito dalle sue fauci d’acqua salata, senza alcuna possibilità di risalita. Avvenne mentre avevo iniziato da pochi secondi a nuotare in un mare calmo, era una bellissima giornata di inizio estate, lontana nel passato, che, allora presente, faceva da testimone all’acerbo albeggiare dei miei dodici ,o forse tredici, anni. A Napoli, nelle vicinanze della costa di Posillipo, a vista della villa Rosebery, con mio fratello che stava in acqua accanto a me, non lontani noi due dalla barca che avevamo preso in affitto e dalla quale ci eravamo tuffati. I miei occhi si specchiarono nello sgomento e nel terrore sulla vasta superficie quasi trasparente, punteggiata dai brillii della luce del tardo mattino. Non bastarono la vicinanza e la possibile sicurezza di una persona cara più avanti con l’età, coprii la breve distanza che mi separava dall’imbarcazione con bracciate frenetiche, al limite della disperazione, mi aggrappai alla fiancata e risalii dentro. E solo quando io, fuscello sconvolto, sentii la sicurezza del piccolo ostello galleggiante, smisi presto di ansimare e, cullato dalle piccole onde della rilassatezza, mi lasciai abbracciare dal calore del sole. Passò il tempo, da allora ne è trascorso tanto, ma di quei momenti, di quel giorno, sento a volte ancora la ferita bruciante nel corpo dei miei ricordi. E oggi, come allora, il monolite dell’interrogativo “perché perché perché come come come è potuto accadere” sta lì, eretto inamovibile nello spazio del mio essere consapevole.

Carlo Giarletta

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